SCONTRO ISTITUZIONALE

Bilancio tarocco avallato da due governi

L'ex governatore Cota respinge l'accusa di aver alterato i conti del 2013, dichiarati incostituzionali dalla Consulta: "Tutto concordato con i ministri di Monti e Letta". Un artificio finanziario che rischia di costare caro al Piemonte e alle casse statali

Ben due governi, quello di Mario Monti prima e quello di Enrico Letta poi, sapevano e hanno avallato l’utilizzo che la Regione Piemonte allora governata da Roberto Cota avrebbe fatto dei 2,55 miliardi anticipati dalla Cassa Depositi e Prestiti e che, invece, recentemente è stato bocciato dalla Corte Costituzionale che quell’uso ha ritenuto illegittimo poiché impiegato non per pagare i creditori, bensì per alleggerire il disavanzo del 2012 portandolo da da 1,15 miliardi a 363 milioni e in parte per alimentare il bilancio 2013. Per la Consulta, infatti, quelle risorse non potevano essere messe in bilancio per migliorare il risultato di amministrazione, perché destinate solo a liquidare partite pregresse che nei conti devono già risultare sotto forma di residui. Un caso quello del Piemonte che ha aperto una diga a rischio inondazione per lo stesso governo di Matteo Renzi: tutte o quasi le Regioni hanno applicato questo sistema e il buco da ripianare con soldi dello Stato ammonta a circa 20 miliardi.

 

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Eppure ben due governi sapevano. Almeno per quanto riguarda il Piemonte. A confermarlo allo Spiffero è lo stesso ex governatore leghista: “Non solo l’impiego, ma anche le varie fasi del procedimento sono stati sempre condivisi con il ministero dell’Economia”. A Roma, dunque, era nota e per nulla osteggiata la decisione assunta dalla giunta regionale di centrodestra che, scoppiato il caso ha fatto dire all’attuale presidente Sergio Chiamparino che Cota dovrebbe “smettere di sproloquiare sui social network e chiedere scusa ai piemontesi per i danni che ha fatto”. Danni che, sempre secondo quanto emerge dal racconto dei fatti del precedente inquilino di piazza Castello, se ci sono stati hanno avuto il placet non di uno, ma di ben due governi: uno tecnico, quello di Monti e l’altro decisamente politico, sia pure di larghe intese, guidato da Letta.

 

Il gabinetto del Nipote si insedia il 28 aprile del 2013, ben più di tre mesi prima dell’8 agosto, data in calce al documento di assestamento di Bilancio 2103 della Regione Piemonte che sarà poi bollato di illegittimità costituzionale dalla Consulta. L’iter di preparazione incomincia, tuttavia, mesi prima quando a Palazzo Chigi c’è Monti e al dicastero dell’Economia Vittorio Grilli. A quest’ultimo, nell’esecutivo Letta, subentrerà Fabrizio Saccomanni. Con i loro uffici la Regione mantiene una serie di contatti, che portano oggi Cota a ribadire quella “condivisione con il ministero nel periodo a cavallo tra il governo Monti e il governo Letta”. Nessuno in Via XX Settembre ha sconsigliato, eccepito, tantomeno stoppato una pratica che per la Corte Costituzionale è illegittima e per gli avversari politici dell’allora governatore piemontese è un danno di cui chiedere pubblicamente scusa.

 

Che non solo a Torino, ma in molte altre Regioni si sia agito nello stesso modo appare non solo strano, ma soprattutto una possibile conferma di quel placet governativo rivelato oggi da Cota. “La situazione era tanto chiara quanto drammatica, c’era il buco ereditato dalla precedente amministrazione di centrosinistra guidata da Mercedes Bresso, c’erano i tagli da fare alla Sanità. Quell’operazione serviva per far entrare nel nostro bilancio risorse che faticosamente eravamo riusciti a recuperare da Roma per sanare situazioni create dalla precedente giunta di sinistra. E questa impostazione era stata concordata con il governo”. Se errore c’è stato, insomma, a commetterlo saranno state pure le Regioni, ma ben due ministri dell’Economia, attraverso i loro uffici, ci hanno pure messo il timbro.

 

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Tutto è esploso nelle scorse settimane, in piena estate e quando sono ormai trascorsi due anni dalla legge firmata da Cota e bocciata dalla Consulta. Dal Tesoro l’accusa nei confronti delle Regioni è quella di aver utilizzato impropriamente i fondi vincolati dallo Stato per il rimborso dei debiti arretrati della pubblica amministrazione, di averli usati, in definitiva, per finanziare ulteriore spesa corrente o addirittura, nel caso del Piemonte, per gonfiare la propria capacità di spesa. E i governi Monti e Letta sapevano, così come sapevano e avallavano al ministero dell’Economia. A confermalo, oltre a Cota è l’allora suo assessore al Bilancio e vicepresidente della Regione, Gilberto Pichetto, attuale coordinatore piemontese di Forza Italia. “Certo che c’erano contatti e agli uffici del dicastero conoscevano tutto quello che stavamo facendo e lo hanno condiviso”. Dai settori delle finanza locale agli uffici legislativi di Via XX Settembre, con Grilli prima e Saccomanni poi (due ministri che se non hanno lasciato grande traccia di se stessi, provenivano comunque da Bankitalia e sono riconosciuti come tecnici, non certo politici sprovveduti in fatto di conti) nessuno era all’oscuro di quanto si stava decidendo a Torino. Pichetto sottolinea inoltre come “tutti i creditori della Regione, proprio grazie a questo provvedimento sono stati pagati” e nella ricostruzione fatta dagli amministratori regionali dell’epoca emerge chiaramente come a fronte di debiti contratti dai loro predecessori, in particolare la giunta Bresso, ma non inseriti a bilancio l’unica via per poterli onorare era appunto quella poi praticata. “Invece di guardare a chi aveva fatto il buco, si guarda a chi lo ha ripianato” commenta Pichetto il quale riconduce tutta la vicenda a una mera questione di voci contabili. Tant’è che la decisione del governo Renzi di istituire la figura del commissario per il pagamento dei debiti, ricoperta da Chiamparino, “in sostanza è solo un aggirare l’ostacolo, non cambiando nulla rispetto a quanto fatto da noi”.

 

Non solo. “Quel provvedimento è passato anche dal famoso tavolo Massicci” aggiunge Pichetto riferendosi alla struttura commissariale presso il ministero per il rientro dal deficit in Sanità che aveva al suo vertice l’ispettore generale presso la Ragioneria dello Stato Francesco Massicci e che verificava ogni provvedimento di Piazza Castello. All’epoca c’era Cota, oggi c’è Chiamparino che sull’affaire dell’assestamento di bilancio accusa il suo predecessore e gli chiede di scusarsi con i piemontesi. Forse dovrà estendere l’invito anche a a chi ha governato il Paese in quel periodo e, soprattutto, non ha mosso un dito per impedire quel che poi sarebbe finito alla Corte dei Conti e quindi alla Consulta, ma anche sul tavolo dell’attuale esecutivo che ora deve trovare il modo per uscire dalla vicenda senza dover pagare, come si teme, altri miliardi.

 

Sulla vicenda oggi è intervenuto il presidente del Veneto Luca Zaia: “Dal Governo c’è un gioco al massacro: tagliano a livello nazionale, ma le ricadute arrivano a livello locale”. Sulla questione in particolare ha aggiunto: “L’impressione è che si approfitti dell’errore di qualcuno per attaccare tutte le Regioni”. Un riferimento che sembra evocare proprio il suo ex collega piemontese, nonché compagno di partito. “Assolutamente no. Con Zaia ci conosciamo da anni, abbiamo un ottimo rapporto. Quella frase non è riferita a me” nega Cota. Certo è che se gli errore di cui parla il governatore del Veneto (e come sostiene la Consulta) c’è stato, i “qualcuno” ad averlo commesso sono tanti. E non solo a Torino. Citofonare ministero dell’Economia.

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