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Csi, prosegue la manfrina politica

L’assessore Giordano presenta un documento sul riordino dell’ente in cui si delineano prospettive rosee, ma per molti è un libro dei sogni irrealizzabile. Reschigna (Pd): “Regna la casualità”

Perdura lo stallo sul riordino del Csi. Da mesi il tira e molla tra le forze politiche, di maggioranza e opposizione, e la giunta regionale ha prodotto una situazione di impasse sul futuro del consorzio informatico pubblico. L’ennesimo tentativo da parte dell’assessore all’Innovazione Massimo Giordano di avviare l’iter della riorganizzazione dell’ente, in linea con la mutata normativa nazionale e coerente con le nuove esigenze di mercato, non è andato a buon fine. Nell’odierna seduta della prima commissione di Palazzo Lascaris il governo ha presentato un documento, articolato in 13 pagine, in cui si delinea l’assetto futuro: la scomposizione del Csi in due entità, denominate Agency, organismo interamente pubblico e partecipato dagli Enti Pubblici, con compiti di governo e controllo, e Factory, una società di capitale, con compiti di progettazione, realizzazione e gestione. In una successiva fase è previsto l’ingresso di soci privati che saranno garantiti da un adeguato volume di commesse per almeno 5 anni, propedeutica alla definitiva cessione delle attività sul mercato.

 

Secondo Giordano, si tratta di una scelta obbligata giacché allo stato attuale il Csi presenta un «quadro a tinte fosche: un volume di ricavi destinato a ridursi progressivamente, una struttura composta da 1200 dipendenti, un indotto di circa 500 persone, costi operativi in progressivo aumento anno dopo anno a causa della crescita fisiologica del costo del lavoro e dell’invecchiamento dei sistemi gestiti causato dalla mancanza di investimenti per il loro rinnovamento». Ma con il piano di trasformazione studiato dall’assessore è ipotizzabile una ricaduta positiva: sia nell’incremento del volume di attività (stimato nell’ordine di 100 milioni), sia in termini occupazionali (oltre 1.000 unità).

 

Prospettive a dir poco ottimistiche, per molti non suffragate da alcuni riscontri. Un piano talmente irrealistico che Davide Bono del MoVimento 5 Stelle lo ha definito“libro dei sogni”: «in realtà si svenderà un patrimonio pubblico alla solita imprenditoria “assistita” legata a familismi e clientelismi, peggiorando notevolmente sia il dato qualitativo ed economico dei lavoratori che quello dei servizi erogati alle pubbliche amministrazioni». Forti critiche sono giunte anche dal Pd e da Sel. Il capogruppo democratico Aldo Reschigna dopo aver sottolineato le «modalità assolutamente inusuali» con le quali procede il confronto («ogni settimana la maggioranza porta in commissione qualche nuovo emendamento») ha denunciato il mancato coordinamento con gli altri soci istituzionali del Consorzio (Comune e Provincia di Torino, Politecnico) e l’assenza nel documento del rapporto con l’Agenda digitale nazionale, appena varata dal governo Monti. «Tutto ciò – spiega Reschigna - rende ancora più incerto il futuro del Csi e dei lavoratori che vi operano, che giustamente continuano a chiedere risposte concrete che naturalmente non arrivano. Siamo da tempo convinti, e oggi ancora di più, che non ha alcun senso andare avanti con un disegno di legge elaborato in splendida solitudine dalla Regione».

 

Per la vendoliana Monica Cerutti non si può parlare di «vera progettualità per un vero rilancio e riorganizzazione del Csi-Piemonte, ma solo l’inseguimento taumaturgico della privatizzazione come risolutrice di tutti i mali. Senza contare che l’Agenzia potrebbe divenire un doppione rispetto ad Scr, la società di committenza regionale, con un rapporto non chiaro con le Federazioni sanitarie, che a loro volta si dovrebbero occupare di definire le linee strategiche dei sistemi informativi sanitari. E in tempi di grande attenzione da parte della Corte dei Conti, forse è necessario un supplemento di analisi per evitare costi aggiuntivi, anziché procedere alla razionalizzazione».