POLITICA & GIUSTIZIA

Toti, il "camallo di razza" che voltò le spalle a Silvio

Da giornalista a consigliere di Berlusconi fino alla presidenza della Liguria. La carriera dell'"Orso Yoghi della politica". Lo strappo con il Cav, il tentativo di "Cambiamo", la coppia del Ponte con Bucci. Ma è il fronte del porto a segnare il potere (e forse l'epilogo) del governatore

E Bubu? Non s’è mai capito chi potesse essere e semmai ci sia stato in coppia con lui, Giovanni Toti, l’orso Yoghi della politica per via di quella voce che, ad occhi chiusi, da un momento all’altro t’aspetti dica “Bubu mi è sembrato di vedere un cestino di merende”. 

Troppo banale, adesso, evocare il ranger Smith, anche perché c’è ancora troppa nebbia sullo Jellistone ligure squassato dall’inchiesta e dagli arresti e occorre si diradi per capire davvero se, come e quanto siano girati cestini nell’ipotizzato (dai magistrati) picnic tra politica e affari, accusa per la quale il governatore è finito ai domiciliari nella sua abitazione di piazza Piccapietra, quella Piccapria per la quale una delle più celebri canzoni genovesi, ispirata ai lavori che cambiarono volto a una parte della città prega Piccun dagghe cianin, piccone picchia adagio. Il piccone della Procura ha picchiato forte, improvviso come una mareggiata che ancora non si sa cosa lascerà nella risacca. Perché qui il mare sa di forza, di lavoro, di naufragi, di antichi viaggi verso l’America e di chi l’America in epoca assai più recente l’ha trovata in banchina. Un mare diverso, pur non così lontano, da quello della Versilia del viareggino Toti cresciuto a Marina di Massa tra i clienti dell’Hotel Excelsior gestito dai genitori.

Classe 1968, cinque anni più giovane di Sapore di sale di Gino Paoli, il cielo del futuro inquilino del Palazzo di Piazza de Ferrari non è in una stanza dell’albergo di famiglia, semmai negli open space di Mediaset dove arriva, nel ’96, come stagista. Appena un anno dopo quel giovane un po’ dinoccolato e con la voce che per un istante ti fa pensare di aver cambiato canale finendo nei cartoni animati appare in Studio Aperto, il tg meno paludato. Del resto Toti non lo sarà mai. Nella sua rapida carriera professionale che o porta nel 2009 alla vicedirezione e l’anno dopo alla direzione, accorpando poi pure quella storica del Tg4 di Emilio Fede e dei tram davanti a Palazzo di Giustizia di Milano a cadenzare arresti.

Son passati trent’anni e stamattina la Liguria sembrava finita nella macchina del tempo al contrario, in quella Milano da bere a cui tempi, quelli di Bettino Craxi, il diciassettenne viareggino prendeva la tessera della Federazione giovanile socialista. Un percorso, quello politico, praticamente neppure incominciato e che avrebbe ripreso solo vent’anni dopo, più per scelta di Silvio Berlusconi che sua. Il Cavaliere, perennemente in cerca di possessori di quid, il 24 gennaio 2014 lo nomina suo consigliere politico in vista delle imminenti elezioni europee. Addio al giornalismo, la strada che percorrerà tra alti e bassi, svolte e giravolte sarà da allora sempre quella della politica. Con antiche vestali arcoriane forma il cerchio magico di Silvio, il quale lo candida in Europa e lui primo con 148.291 preferenze nel Nord Ovest approda a Strasburgo. Sembra che finalmente Silvio abbia trovato il suo delfino, simpatico e docile come quelli dell’acquario nel Porto Antico di Genova trasformato da Renzo Piano per le Colombiane del 1992.

La rotta tracciata da Berlusconi, però, non coincide con quella immaginata dal suo (ormai ex) pupillo il cui essere, come rivendicherà sempre, moderatissimo non lo salva dall’esclusione dal quintetto di coordinatori di presidenza del partito. Tra i due i rapporti sono già tesi e logori da un po’. La questione del rinnovamento, il sistema di selezione dei vertici, c’è questo altro nella sfilacciatura che il primo di agosto del 2019 diventa rottura. “Mi pare che ci siano le condizioni per cui ognuno vada per conto suo, è Forza Italia che esce da se stessa. Buona fortuna a tutti”, l’augurio dell’ormai ex azzurro che da quattro anni a capo di una coalizione di centrodestra governa la Liguria di cui ormai è residente, avendo casa a Bocca di Magra, a un tiro di schioppo dalla sua Toscana. Ha vinto il duello con l’allora piddina, oggi renziana, Raffaella Paita. Vince anche, trascinando i capoluoghi come un rimorchiatore, quei Comuni sempere o quasi sempre stati della sinistra. L’effetto Toti avvolge Imperia come Savona, La Spezia come addirittura la stessa Genova dove arriva Marco Bucci col quale Toti formerà la coppia del Ponte, ovvero quella sinergia politica e istituzionale senza la quale difficilmente la tragedia del Morandi avrebbe visto risorgere il viadotto in tempi così rapidi. Non deve risorgere dalle ceneri forziste, Toti, semmai cambiare. E senza futuri armocromisti muta tinta e punta sull’arancione per il suo “Cambiamo”.

Intanto, il porto cresce, pur con le difficoltà su dove sistemare i container con quelle colline che incombono sul mare, e con i fondali poco profondi per le enormi navi pronte a snobbare la Lanterna per i porti del Nord Europa. C’è da costruire la grande diga, e questo è il grande sogno nelle banchine e a Palazzo San Giorgio sede dell’Autorità Portuale governata da Paolo Emilio Signorini che, nel frattempo piazzato in Iren da Bucci, stamane sarà portato in carcere accompagnato da storie di soldi, escort e casinò. Ripunta sulla Regione e rivince Toti nel 2020 col 56,13 per cento, l’anno dopo scioglie Cambiamo e mette le fiches su Coraggio Italia, insieme al sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Alle politiche fa cartello con Noi con l’Italia di Maurizio Lupi, ma il panorama nazionale sembra lontano per colui che molti davano come il finalmente trovato erede politico del Cavaliere e poi s’è visto com’è andata. È la Liguria, tra terra e mare, la forza e oggi, chissà, la rischiosa debolezza di Toti, camallo di razza che incrociò le braccia e voltò le spalle a Silvio.

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