TRAVAGLI DEMOCRATICI

Arrocco renziano, ma c’è chi si defila

La maggioranza del Pd piemontese fa quadrato attorno al segretario Gariglio, dopo gli sviluppi dell'inchiesta sulle firme false. Stasera la Direzione. Ma al gabinetto di guerra un pezzo di area Fassino dà forfait. Il segretario: "Pronto a ricostruire i fatti"

L’immagine è quella di un quartier generale asserragliato e di uno stato maggiore in balia degli eventi, con le intendenze in rotta. Davide Gariglio, Mimmo Mangone, Giancarlo Quagliotti, Giusi La Ganga, Salvatore Gallo, Fabrizio Morri, Stefano Lepri, Daniele Valle, Silvia Fregolent, Claudio Lubatti, Mimmo Carretta, Michele Paolino. I colonnelli della traballante maggioranza renziana del Pd piemontese, uno a uno hanno varcato ieri la porta del bunker di via Masserano per l’ultimo gabinetto di guerra prima della Direzione di questa sera, quando ci si attende il fuoco incrociato delle minoranze. Il fronte che rischia di cedere è quello delle firme false: prima i quattro funzionari indagati dalla magistratura, poi il Tar che accoglie nel procedimento amministrativo il ricorso della Lega Nord e mette a bagno maria la legislatura. Ma c'è anche altro a seminare il panico dando al gruppo dirigente la sensazione di essere accerchiati: la Rimborsopoli della Circoscrizione V getta una luce sinistra sulla gestione di un ente da sempre riccaforte della sinistra, e poi è in arrivo il filone delle Spese Pazze in Regione relativo agli ultimi due anni della legislatura Bresso che presumibilmente potrebbe portare altre grane in casa dem. Una miscela esplosiva che un esperto piromane come Stefano Esposito ha avuto buon gioco a far deflagrare, mettendo a nudo le contraddizioni interne a un gruppo dirigente che fatica ad assumere le proprie responsabilità e a trovare quel minimo di unità che ci si aspetterebbe dalla comune militanza renziana. Ma è proprio questo il terreno sdrucciolevole, per via dell'atipica formazione della maggioranza che si rifà al leader fiorentino: troppo diverse e antitetiche le matrici politiche e culturali per trovare un'efficace saldatura nel solo nome di Renzi.

 

Gariglio ha provato a serrare i ranghi e al termine della riunione riceve una sostanziale fiducia. La maggioranza per ora tiene, ma non mancano i distinguo. In ossequio alla celebre massima morettiana non passano inosservate le assenze, dell’ateniese Davide Ricca e dei fassiniani Stefano Lo Russo, Paola Bragantini e Nadia Conticelli: ufficialmente per motivi personali e familiari, ma impossibile non interpretare il forfait come una volontà di “allungare le distanze” proprio con Gariglio. E da quello che è ormai a tutti gli effetti il comandante in campo, l'assessore torinese Mimmo Mangone, braccio destro del segretario e, soprattutto, in qualità di tesoriere regionale il vero rappresentante "legale" del partito. Lui è lo stratega, lui il suggeritore di Gariglio, lui l'ufficiale di collegamento con i funzionari.

 

Stasera il segretario si presenterà in direzione forte anche del sostegno di Sergio Chiamparino – “abbiamo deciso insieme di raccogliere le firme” – ha detto il governatore ai giornali, inserendosi nel dibattito in corso nel Pd. Un modo per legare il destino del partito al suo, smontando i disegni di chi, a mali estremi, lo vorrebbe da solo alla guida della Regione in una legislatura del presidente. Ma Chiamparino molto probabilmente diserterà la riunione, forse una mossa per evitare di finire nel tritacarne e concedersi spazio per manovre successive di contenimento.

 

Nel suo intervento d’apertura Gariglio ha ammesso di non sapere cosa sia realmente accaduto in quelle concitate ore prima della consegna delle liste. Oggi offrirà ai membri delle Direzione la sua ricostruzione dei fatti: “sono disponibile anche a metterla on line” ha detto ai presenti. Difficile visto che gran parte della documentazione, oggetto dell'inchiesta della Procura, è materiale d'indagine e quindi non divulgabile. Ciò che pare certo è che nessuno si presenterà dimissionario, né il responsabile dell’Organizzazione regionale Davide Fazzone (ieri di nuovo assente) né quello torinese Saverio Mazza (che peraltro in quei giorni “incriminati” non era neanche a Torino). Respinta, dunque, la richiesta del Giovane Turco Mario Sechi. E proprio l’area guidata in Piemonte dal senatore Esposito è stato l’obiettivo di molti interventi, “in maggioranza a Roma e all’opposizione sul territorio” ha fatto notare, elmetto in testa, Lepri, tra i più intransigenti nel chiedere una reazione forte alle accuse delle minoranze. Un attacco che però ha visto la reazione tiepida di molti dei presenti a partire dalla collega parlamentare Fregolent, con la quale, peraltro, i rapporti sono ai minimi. Intervengono tutti o quasi (Gallo e Paolino, di fatto, si sono trincerati dietro un eloquente silenzio). Un altro fassiniano come il segretario della federazione torinese Morri prende la parola per rimarcare la distanza tra il partito regionale e quello provinciale, “la mia segreteria non si è in alcun modo occupata di firme e anzi il partito torinese era in disaccordo con gran parte delle decisioni assunte in quei giorni a partire proprio da quella di raccogliere le firme”. Anche il suo vice Valle ha posto l’accento su una serie di “errori”, a partire dalla convocazione di una Direzione in così breve tempo: “Evitiamo di farci dettare sempre l’agenda da fuori”. Il ragionamento è semplice: “Esposito e i suoi sono all’opposizione, quindi sono più veloci, ci incalzano, se ci facciamo trascinare ogni volta sul loro terreno la partita è persa in partenza”. Infine La Ganga ha lanciato un ammonimento: “Si stanno infiltrando tra noi comportamenti a bassa intensità etica. Governiamo ovunque e forse è fisiologico abbassare la guardia, ma dobbiamo stare attenti”. E c’è chi racconta che proprio l’ex ras socialista, durante la raccolta delle firme, di fronte alla richiesta di autenticare alcuni moduli si rifiutò categoricamente di apporre la propria firma. Vero? Certamente verosimile.