Quel filo rosso tra affari e politica
Stefano Rizzi 08:15 Martedì 14 Aprile 2015 2Energia, rifiuti, teleriscaldamento. Attorno alle principali partite in mano al Comune di Alessandria emerge un fitto reticolo di relazioni e blocchi di potere. E mentre la "discussa" Manutencoop si accaparra una ricca gara, la Procura indaga sulle Partecipate
Per far dire a una vecchia volpe della Prima Repubblica come Felice Borgoglio che “un vecchietto” come lui – sono parole sue – è costretto a dire alla sindaca Rita Rossa, “proprio perché le voglio bene”, che “così non va”, ci dev’essere qualche cosa che non quadra nelle ultime sortite di Palazzo Rosso. Soprattutto sul fronte di un asset strategico come quello dell’energia, ma non solo. A puntare l’indice contro operazioni a dir poco discutibili non è solo l’ex parlamentare di quella sinistra lombardiana del Psi che lo vide in via del Corso dopo un esordio negli anni Settanta proprio sulla poltrona su cui ora siede la Rossa. Il fuoco amico, inteso come proveniente da sinistra, arriva dal “moderato” Cesare Miraglia così come dal Ciro Fiorentino dei Comunisti Italiani e da un’artiglieria che va ingrossandosi alimentata da quei dubbi, o forse sospetti, che crescono giorno dopo giorno attorno a nomi non certo sconosciuti. Uno su tutti, ma senza tralasciare gli altri, quello di Manutencoop.
Palazzo Rosso non è l’Expo e neppure la Città della Salute di Sesto San Giovanni, ma per la storica coop rossa non è questo il problema. Semmai è superarli, i problemi. E se un’offerta alettante può servire alla bisogna eccola bell’e pronta: la gestione chiavi in mano, dal riscaldamento alla manutenzione ordinaria fino all’energia elettrica, di settanta immobili comunali per 4,1 milioni di euro all’anno per quindici anni. Risparmio assicurato, promette la coop guidata dal pluriindagato Claudio Levorato, finito recentemente nell’inchiesta (concorso in turbativa d’asta e utilizzazione di segreti d’ufficio, i reati contestati) per gli appalti della Città della Salute che dovrebbe sorgere sull’ex area Falck nell’ex Stalingrado d’Italia. Rita Rossa a dicembre decide di affidare proprio a Manutencoop il progetto per la gara relativa all’affidamento. Non sceglie Amag, che oltre ad erogare il servizio di riscaldamento a quegli edifici è pure la partecipata del Comune (con quote che sfiorano l’80%) e, non da ultimo, è quell’asset su cui la stessa Rossa, con il viatico di Piero Fassino, ha puntato molto chiamando alla presidenza un manager con strettissimi legami con il sindaco di Torino e con il mondo delle partecipate di sinistra come Stefano De Capitani. Ma non ha neppure tenuto conto di una gara già esperita da Consip e vinta dalla società Antas.
Perché questo trattamento (di favore?) nei confronti della coop rossa? Perché lasciare nelle sue mani quella gara, penalizzando di fatto con l’esclusione dal diritto di prelazione proprio la partecipata comunale presieduta da De Capitani? Tornando alla vecchia volpe socialista, per Borgoglio “quella delibera è illegittima. Tanto più che non è stata neppure verificata la proposta avanzata dalla società vincitrice della gara Consip”. Sullo sfondo, ma poi mica tanto, le vicende giudiziarie che coinvolgono Manutencoop.
Come e perché è arrivata quell’offerta, subito accolta dall’amministrazione comunale? Che a detta di Miraglia e Fiorentino ha assunto una decisione “in palese violazione delle regole ad evidenza pubblica previste dal codice dei contratti pubblici,provocando un grave depauperamento del patrimonio e delle finanze del Comune di Alessandria, già compromesso dalla delicata situazione in cui si trova”. Ma c’è un altro interrogativo che ruota attorno a questa vicenda: perché Amag non ha picchiato i pugni sul tavolo, rivendicando (a buon diritto) di essere lei a stilare il progetto propedeutico alla gara? È, come insinua qualcuno, una questione tutta di famiglia, ovvero della sinistra? Certo è difficile comprendere non solo la scelta di Manutencoop rispetto ad Amag, ma non di meno la, almeno apparente, acquiescenza della partecipata di De Capitani a questa decisione assunta da Palazzo Rosso. Qualcuno azzarda che dopo le proteste e, soprattutto, dopo che la coop è finita nell’occhio del ciclone giudiziario in municipio stiano meditando di stoppare tutto o, comunque, far decantare la situazione. Che, come si diceva, non è la sola a scuotere il municipio alessandrino.
TELERISCALDAMENTO - C’è, infatti, pure il Teleriscaldamento. Qui a farsi avanti è un’altra società, l’Egea. Presenta un progetto che prevede l’allargamento della copertura dai 4mila alloggi attualmente serviti a 27mila, con un investimento di circa 95 milioni di euro, una copertura che superi il 50% della città, escluso il centro storico, la messa in regime di una caldaia unica per un impegno di circa 60 anni con un rientro sugli investimenti a partire dal quindicesimo anno. Anche in questo caso la grande Amag rischia di rimetterci, almeno così la pensano i Moderati (e non solo) che con il loro leader locale Miraglia la spiegano in questi termini: “Quando ci si trova di fronte a progetti come il teleriscaldamento, in cui non
si capisce quale sarebbe il ruolo di Amag, mentre è chiaro solamente che perderebbe clienti sul fronte gas, allora noi non ci stiamo”. E azzarda pure una previsione: “È evidente l’intenzione di vendere almeno una parte di Amag a imprenditori non alessandrini: magari proprio alla stessa Egea”.
Cosa sta succedendo attorno alla partecipata il cui nuovo corso con De Capitani era stato annunciato con squilli di tromba? Dal canto suo lo stesso De Capitani nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Rosso non aveva certo protestato, ma anzi plaudito a quel progetto che “cambierà il modo di relazionarsi degli utenti del servizio calore, Amag è il fornitore per eccellenza di questo servizio sul territorio all’utenza privata e alle aziende, anche per questo parteciperà alla gara competendo per l’aggiudicazione del servizio, quasi come una qualunque altra azienda del mercato - aveva detto il manager -. Ritengo condivisibile la scelta del Comune di adottare per questa gara la modalità del project financing, una scelta di modernità nel rispetto delle regole come previsto anche dai recenti interventi normativi che richiedono l’apertura al libero mercato”. Tutti d’amore e d’accordo, insomma. Come se un Grande Cerimoniere avesse previsto e preordinato tutto.
ARAL - Quel che invece, forse, non avevano previsto né i dirigenti dell’altra partecipata né gli amministratori comunali (presenti e passati) era il risvolto giudiziario del caso Aral. Meno di sei mesi dopo la visita della Guardia di Finanza a Palazzo Rosso per acquisire la documentazione sulla gestione della partecipata per lo smaltimento dei rifiuti e i rapporti con il Comune, l’inchiesta sembra aver imboccato una strada in discesa, per gli inquirenti. Secondo indiscrezioni, gli investigatori avrebbero consegnato un primo rapporto al pm in cui si ipotizzerebbero alcuni reati. La vicenda ruota attorno ai ripetuti preliminari d’acquisto mai perfezionati, stipulati da Aral con i proprietari di un terreno da adibire a
discarica. Un “giochetto” costato alle casse della partecipata e quindi alle tasche dei contribuenti qualcosa come più di mezzo milione di euro in caparre andate perdute. Come è stato possibile che per ben tre volte si siano stipulati preliminari e mai siano stati conclusi, perdendo ogni volta denaro pubblico? Perché nessuno, negli anni, da Palazzo Rosso ha mai chiesto conto di questo comportamento ai vertici e al cda della partecipata? Domande che, insieme ad altre, sono finite nell’esposto alla magistratura presentato tempo fa dal consigliere comunale del M5s Domenico Di Filippo e che ha dato l’avvio all’inchiesta sulla società in procinto di finire nel grembo di Amag. “Un errore. Meglio tenere Aral separata da Amag – dice Borgoglio – la materia dei rifiuti è delicata e soggetta a rischi giuridici. Meglio evitare che siano eventualmente coinvolti i vertici Amag”. Altri vertici, quelli di Aral, avranno pure rischiato, ma hanno percepito stipendi d’oro. L’ex direttore Piercarlo Bocchio guadagnava qualche euro meno del Presidente della Repubblica. “Sgombriamo il campo da polemiche spicciole, I manager vanno pagati quello che valgono” dice la vecchia volpe socialista. Che tra i suoi fedelissimi, negli anni d’oro del Psi aveva proprio Bocchio, l’ex manager Aral da oltre duecentomila euro l’anno. Forse è vero, ad Alessandria c’è qualche cosa che non va.


