MEMORIA (CON)DIVISA

Quella mattina che Torino cambiò il Paese

14 ottobre di 35 anni fa la marcia dei 40mila “colletti bianchi” della Fiat. Per la prima volta nella storia patria la “maggioranza silenziosa” alza la voce e dà luogo ad una manifestazione che cambierà i rapporti tra lavoratori, sindacati e azienda - VIDEO

Quella mattina di 35 anni fa la “maggioranza silenziosa” prese la parola. Alzò la voce per chiedere di porre fine a una vertenza che da oltre un mese aveva sequestrato la Fiat, bloccato la produzione e, soprattutto, alimentato una diffusa illegalità, dentro la fabbrica e fuori. Chiesero di poter tornare a lavorare e di porre fine alle violenze: “Novelli, Novelli fai aprire i cancelli” recitavano i cartelli rivolti all’allora sindaco “rosso” Diego Novelli. Da quel 14 ottobre 1980, dopo quella marcia di quarantamila colletti bianchi, a lungo dileggiati e fatti bersaglio di angherie da parte delle frange estremiste, nulla fu più come prima: per Torino, che si svegliò dal torpore acquiescente (e connivente) con il massimalismo pansindacale, per la Fiat, i cui vertici ripresero coraggio e redini dell’azienda, per il Paese.

La vicenda è nota. Nel settembre 1980 la Fiat, in una situazione di progressiva e dilagante perdita di efficienza e di produttività delle proprie fabbriche, aveva denunciato una eccedenza temporanea di 24mila lavoratori, che si vide costretta a trasformare in un provvedimento di 14.469 lettere individuali di licenziamento. L’azienda era di fatto in balia degli eventi e negli stabilimenti vigeva l’anarchia (Mirafiori era stata trasformata in un suk e si scopava indisturbati tra le linee di montaggio), dove a farla da padroni erano manipoli di violenti che intendevano con le loro azioni intimidatorie “rieducare” i capi. Va ricordato che un anno prima, nell’ottobre 1979 corso Marconi, allora quartier generale dell’impresa della famiglia Agnelli, dispose il licenziamento di 61 dipendenti sospettati di collusione con il terrorismo. La potente Flm, il sindacato unitario dei metalmeccanici, spalleggiata dall’ala operaista di Cgil (Fausto Bertinotti) e Pci (Pietro Ingrao) anziché il confronto con l’azienda scelse lo scontro, il muro contro muro. Dopo oltre trenta giorni di blocco delle fabbriche con il sindacato che sognava di trasformare Mirafiori in una nuova Danzica e di ripetere la  “vittoria” di Solidarnosc di appena un mese prima, successe quello che doveva succedere : si arrivò al momento in cui la mobilitazione dei capi e quadri Fiat divenne l’elemento decisivo. E, forse, persino inaspettato.

Durante quei giorni ci furono due eventi che ebbero conseguenze sulla vicenda: il 26 settembre, il segretario del Pci Enrico Berlinguer dichiarò davanti ai cancelli della Fiat (seppure con una formula ambigua) che avrebbe appoggiato l’eventuale occupazione della fabbrica; il 27 settembre, il governo Cossiga cadde per la bocciatura da parte della Camera della manovra finanziaria. A questo punto il sindacato sospese lo sciopero generale previsto per il 2 ottobre e la Fiat convertì i licenziamenti nella cassa integrazione per 23mila dipendenti. Il lungo conflitto ebbe un drastico epilogo il 14 ottobre quando migliaia di quadri Fiat (si parlò prima di 20 poi 30 e infine di 40mila persone) sfilarono per le strade di Torino con una manifestazione di condanna della linea tenuta dal sindacato nella vicenda: il personale qualificato, capitanato da Luigi Arisio, contestava la linea e la rappresentatività delle Confederazioni. Il giorno dopo i leader della triplice Lama, Carniti e Benvenuto presero atto della sconfitta sottoscrivendo l’accordo che accoglieva tutte le richieste Fiat. Sconfitta sancita plasticamente dall’assemblea del famoso “Consiglione” di Mirafiori. Quando l’anno successivo Cesare Romiti decise di chiudere la fabbrica storica del Lingotto, il sindacato subì senza reagire. I tempi erano cambiati.

print_icon