PRESENTE & FUTURO

Innovazione, Torino capitale? 
“Ma non facciamo ridere”

Basta con retorica e propaganda. Il capoluogo piemontese ha accumulato ritardi che gli impediscono di collocarsi tra le eccellenze. Meglio Londra, Helsinki e persino Milano e Bologna. L'analisi impietosa di un pioniere, Dettori, creatore di Vitaminic

"Torino è la seconda capitale europea dell’innovazione? Ma ha verificato la fonte?". Nello stupore di Gianluca Dettori, torinese trapiantato a Milano, che di mestiere finanzia start up innovative ci sono tutte le contraddizioni di un termine tanto in voga quanto generico. E se per certi versi Torino può vantare un profilo di smart city, sotto altri punti di vista la strada da percorrere è ancora lunga, anche perché è rimasta al palo per troppo tempo. “Per me innovazione è creazione di una nuova impresa, un’idea migliore delle altre, la teoria schumpeteriana di distruzione creativa”. Insomma, quel fermento che permette a giovani imprenditori di realizzare un progetto sulle ceneri di uno ormai antiquato, quel connubio perfetto di ingegno e nuove tecnologie.

È ciò di cui si occupa Dettori, 49 anni, laureato in Economia all’ateneo subalpino che proprio sotto la Mole a metà degli anni Novanta ha dato vita a una delle sue imprese più note, Vitaminic, la prima piattaforma italiana per la distribuzione di musica digitale. Un’avventura  condivisa con un pugno di amici: Adriano Marconetto, Franco Gonella e a quel Vittorio Bertola che all’informatica negli ultimi cinque anni ha preferito la politica, con il Movimento 5 stelle. Un pioniere, per certi versi un visionario però con i piedi ben piantati a terra. Perché Torino, per quanto la cosa paia incredibile, ha vissuto un’epopea di grande creatività, con ragazzi chiusi nei garage della città a dar corpo ai loro sogni, come i loro coetanei di Palo Alto. E di una Silicon Valley casalinga parlò persino uno studio “rivoluzionario” della Fondazione Agnelli che con Tecnocity puntava a creare sull’asse Torino-Ivrea il sito del più vasto agglomerato tecnologico del sud-ovest europeo. Un humus che non diede i suoi frutti.

Dettori è un venture capitalist, con la sua DPixel, dal 2006 si occupa di scoprire e finanziare startup, grazie alla collaborazione di società ed enti istituzionali decisi a investire nell’innovazione. “Non mi faccia polemizzare con nessuno - è la premessa, poi l’analisi, impietosa -. Nel mio ramo indubbiamente Torino non è al vertice. Se Torino è capitale dell’innovazione allora cosa sono Londra, Helsinki, ma per rimanere in Italia anche solo Milano, Roma, Bologna”. Dieci anni fa, secondo Dettori, il capoluogo piemontese era all’avanguardia. Il Politecnico puntava su I3P un incubatore d’imprese che ancora oggi è un punto di forza della città che dal 1999, anno della sua fondazione, a oggi ha avviato più di 200 start up, “ma intanto non è nato nient’altro, mentre il resto del mondo è andato avanti”.

Per fare davvero innovazione, per creare il terreno fertile in cui far germogliare l’ingegno, per Dettori servono “vision” e soprattutto una “mobilitazione di tutti gli attori pubblici e privati di un territorio”. Fa l’esempio di Bologna, dove la politica ha messo attorno a un tavolo le fondazioni (in primis la Golinelli), Confindustria, la Camera di commercio “e oggi nella città felsinea c’è un fermento che non si vede da nessuna parte”. A gestire la cassa su questo terreno sono le Regioni e l’Europa, ma alla politica, secondo Dettori, “spetta in particolare un ruolo di regia, come accaduto in Campania”.

A Torino i centri di coworking, in cui start up innovative lavorano fianco a fianco e fanno rete si contano sulle dita di una mano e certamente Toolbox è all’avanguardia, “ma a Milano come Toolbox ce ne sono almeno una quindicina e se abbassiamo il livello qualitativo raggiungiamo le trenta unità” prosegue Dettori, secondo il quale “la città su questo fronte non è mobilitata”. Un tema che il prossimo sindaco del capoluogo dovrà mettere al primo punto della propria agenda.

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