REGIONE PIEMONTE

Chiusura Tribunali, parola ai cittadini

I principali gruppi di Palazzo Lascaris votano per l'indizione di un referendum che abroghi la legge Cancellieri. Ma Gariglio (Pd) si dissocia: "Basta con il campanilismo". I dubbi del presidente della Corte d'Appello Barbuto

Un referendum per abrogare la legge che cancella i tribunali piemontese. La proposta è stata votata quasi all’unanimità da Palazzo Lascaris: hanno detto sì tutti e tre i principali gruppi presenti nell’emiciclo di via Alfieri: Pdl, Pd e Lega Nord, ma non solo. Insomma, quando c’è di mezzo l’interesse di campanile l’arco costituzionale si ricompatta. Il provvedimento finito da tempo nel mirino della classe politica piemontese è quello del 7 settembre 2012, un decreto legge con il quale l’allora ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri ha imposto l’accorpamento dei tribunali per rendere la giustizia meno onerosa e più efficiente.

 

La prima deliberazione, approvata con 43 sì, 6 contrari e 2 non votanti, chiede l’indizione del referendum, la seconda passata con 43 sì e 3 non votanti, delega i consiglieri Lorenzo Leardi e Giovanni Negro (supplente) per il deposito in Cassazione della richiesta, congiunta con quella di altre Regioni.

 

Dei 17 prima esistenti in Piemonte ne sono rimasti 10. Soppressi quello di Pinerolo, nella provincia di Torino, Saluzzo, Mondovì e Alba (Cuneo), Acqui Terme, Tortona e Casale Monferrato (Alessandria). Il capoluogo assorbirà tribunale e procura di Pinerolo, insieme con le sedi distaccate di Susa e Moncalieri, ma perderà quelle di Ciriè e Chivasso che passeranno sotto il controllo di Ivrea. Tortona e Acqui saranno accorpate ad Alessandria ma non il tribunale di Casale che diventerà parte degli uffici giudiziari di Vercelli. Mondovì e Saluzzo si sposteranno a Cuneo mentre Alba finirà sotto la competenza di Asti che acquisirà anche la sede distaccata di Bra. Una legge che, come aveva spiegato a suo tempo lo stesso presidente della Corte d’Appello di Torino Mario Barbuto “usava il criterio dell’efficienza dei tribunali. Una riforma necessaria”.

 

Una spiegazione che non è andata giù alla classe politica torinese. E così le agenzie sono già inondate da comunicati belligeranti nei confronti di “questo scempio” come viene definita da taluni la riorganizzazione della Cancellieri. Tra i più duri - manco a dirlo - il capogruppo leghista Mario Carossa che parla di «una riforma fatta male, pesantemente sbilanciata e penalizzante per il Piemonte dove verranno tagliate il 70% delle sedi al contrario di quanto accade in altre regioni del Sud dove i tagli arrivano a malapena al 16%». Un po’ cerchiobottista il presidente dei democratici Aldo Reschigna che in una nota stringata spiega: «Il nostro voto positivo non è motivato dalla contrarietà assoluta alla riforma. Noi non siamo perché gli uffici giudiziari non vengano ridotti. Siamo contrari però a come questo è avvenuto. Siamo convinti che il referendum non si terrà. Il nostro voto ha quindi un significato politico».

 

Sulla stessa linea persino l’ex grillino Fabrizio Biolè, che vota sì al referendum vista «la poca ragionevolezza con cui pare essere stata redatta la riforma (che verosimilmente sta comportando maggiori spese, anziché minori, almeno inizialmente» e poi, prosegue è «l’occasione rarissima, seppur spesso depotenziata, di un pronunciamento diretto dei cittadini tramite referendum».

 

E dire che la risposta a tali istanze la diede oltre un anno fa il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri (non ce ne voglia Carossa), quando affermò: «Nessuno sa che alla Corte d' Appello di Torino ci sono 17 Tribunali a 20 chilometri l’uno dall’altro. Sono questi i veri sprechi. Se ne potrebbero chiudere almeno dieci». A rispondergli fu il presidente della Corte d’Appello di Torino, Barbuto: «L’alto numero di tribunali in Piemonte è uno svantaggio, e per questo motivo ci sono molte difficoltà dovute al rapporto fra numero di magistrati e popolazione». Dichiarazioni, tuttavia, in parte smentite al momento dell'attuazione della legge.

 

C’è chi però ha deciso di prendere le distanze dalle scelte conservative del Consiglio regionale. Tra questi il democratico Davide Gariglio, che ha deciso di non partecipare alla votazione in dissenso con il suo gruppo: «perché ritengo che non si possano cavalcare tutte le istanze campanilistiche del territorio. Lo Stato in questi anni ha scaricato sui Comuni il costo del risanamento, mentre la spesa totale dei Ministeri non è calata. Per una volta che lo Stato mette mano ad una riduzione della sua amministrazione periferica, credo sia sbagliato opporsi in modo così radicale. L’accorpamento dei tribunali fatto da questo Governo probabilmente non è perfetto, ma va aggiustato col cacciavite, non con il bulldozer, radendo al suolo l’intera riforma». Hanno votato contro il provvedimento: Angelo Burzi, Roberto Tentoni e Rosanna Valle (Progett’Azione), Sara Franchino (Pensionati), Carla Spagnuolo (Pdl), Andrea Stara (Insieme per Bresso). Non hanno votato ma garantito la presenza Alberto Goffi (Udc) e Angela Motta (Pd).I contrari hanno motivato la loro posizione ricordando l’importanza e la necessità di una riforma strutturale della giustizia che tagliasse i costi e soprattutto, l’ineluttabilità di una riforma già in atto che ha svuotato le sedi e che sconta un organico dei magistrati deficitario di ben mille e 400 giudici.