EMERGENZA SANITARIA

Nelle Rsa si continua a morire, ma i tamponi vanno a rilento

In questa settimana avrebbe dovuto iniziare il secondo "giro" di test, invece il 30% di ospiti e personale aspetta ancora il primo esame. In alcune strutture metà pazienti sono positivi. E dall'Unità di Crisi nessuna risposta all'appello dei gestori

Sono la parte più critica nella battaglia contro il virus, il lato più debole ed esposto al Covid-19. Eppure circa il trenta per cento degli ospiti e del personale delle case di riposo del Piemonte non è ancora stato sottoposto al tampone. C’è, dunque, una parte ancora cospicua dei 40mila ospiti e dei 13mila dipendenti delle Rsa di cui non si sa quanti sono positivi e, quindi, contagiosi. Le previsioni, in base al lavoro svolto fino ad oggi, fanno propendere per il completamento dei test non prima della fine del mese.

Tempi troppo lunghi, quelli impiegati per effettuare uno screening a circa il 70 per cento di chi vive e lavora nelle case di riposo e quelli che si prevedono per terminare un primo ciclo di tamponi, quando si sarebbe già dovuti passare ad un secondo. Dieci giorni fa la Regione aveva comunicato di aver eseguito circa 20mila tamponi e secondo dati riferiti al 15 aprile scorso il 35 per cento degli ospiti e il 23 del personale delle 750 strutture che operano nella regione è risultato positivo. E poi, anzi prima di tutto, c’è quel numero impressionante di decessi tra gli anziani ricoverati.

“Nessuna intempestività da parte della Regione sulle Rsa” aveva ribadito l’assessore alla Sanità Luigi Icardi nella conferenza stampa di metà aprile. Resta da capire quali siano i parametri per stabilirla, la tempestività. Se ad oggi poco meno di un terzo di chi vive e lavora nelle Rsa non è ancora stato sottoposto al tampone e se bisognerà arrivare alla fine del mese per completare il primo ciclo di test, riesce difficile tradurre tutto ciò in un’azione tempestiva e rapida.

“Dovremmo essere già alla seconda tamponatura”, osserva Michele Assandri, presidente regionale di Anaste, una delle principali associazioni che rappresentano i gestori delle Rsa. “Teniamo conto dell’indispensabilità del tampone anche guardando alla sintomatologia indicata dal ministero come indicativa di probabile infezione da virus, che negli anziani spesso coincide con un quadro molto comune: tanti dei nostri ospiti presentano difficoltà respiratorie, hanno non di rado un po’ di febbre, così come diarrea. Insomma senza tampone non è possibile affrontare la situazione nelle Rsa. E bisogna farlo in tempi rapidi”.

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Ma non c’è, e sarebbe già troppo, solo un ritardo sui test a segnare negativamente una situazione già drammatica nelle case di riposo. Se si chiede al presidente di Anaste il quadro odierno, la risposta è raggelante: “Abbiamo ancora Rsa in cui c’è la metà di pazienti positivi, mentre continuiamo a sollecitare in aree Covid ospedaliere”. La risposta negativa legata all’assenza di sintomi certamente non conforta. Tantomeno quel che rimarca Assandri: “Nei nostri pazienti anziani l’evoluzione in fase acuta della malattia non è graduale, ma rapidissima, spesso in meno di dodici ore. Se non vogliono ascoltare l’Anaste, leggano quel che scrive la Società italiana di Geriatria”.

Non soccorre certo il fatto che nella gran parte delle Rsa sia di fatto impossibile attuare un isolamento efficace dei casi positivi, anche per le caratteristiche fisiche delle strutture non certo realizzate immaginando un rischio infettivo elevato. Eppure l’Unità di Crisi ha dato disposizione alle Asl di rivolgersi alle Rsa per chiedere se abbiano a disposizione “dei nuclei vuoti” dove ospitare pazienti positivi. Immediata, nei giorni scorsi, la reazione dell’Anaste che aveva diffidato il commissario Vincenzo Coccolo e inviato la durissima lettera anche al ministro della Salute Roberto Speranza.

“Vi sollecitiamo a non ridurre le disponibilità dei posti letto all’interno dei reparti ospedalieri dedicati esclusivamente a pazienti Covid, in quanto all’interno delle Rsa piemontesi sono presenti circa 4000 ospiti risultati positivi o con evidenza sintomatologica che devono essere presi in cura dal servizio sanitario regionale per assicurare le cure dovute”. Così si concludeva la lettera inviata da Assandri lo scorso 27 aprile all’Unità di Crisi. La risposta? “Nessuna”.

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