TRAVAGLI DEMOCRATICI

Cose turche nel Pd piemontese

La componente di “Rifare l’Italia” chiede al segretario Gariglio un cambio di passo, ridefinendo i confini della attuale maggioranza “prigioniera delle proprie contraddizioni” e ormai alla corda. Al centro la vicenda delle firme e il ruolo del partito

Insieme al Nazareno, dove condividono la gestione unitaria del partito, separati in casa in via Masserano. Ma tra la maggioranza renziana e la componente dei “Giovani Turchi” anche in Piemonte potrebbe presto realizzarsi un’alleanza in grado di dare nuovi assetti al Pd. Tutto dipende se la richiesta di una “forte discontinuità” reclamata dagli esponenti di “Rifare l’Italia” verrà accolta dall’attuale establishment, in primis dal numero uno Davide Gariglio. Serve una cesura, un taglio netto col passato, la certificazione che «la fase politica aperta all’indomani dei congressi del 2013 si è conclusa», scrivono nel documento che dovrebbe servire ad aprire la discussione.  Insomma, i Giovani turchi tendono una mano a Gariglio, ma chiedono un percorso chiaro di ridefinizione dei perimetri di una maggioranza finora «prigioniera di insanabili contraddizioni interne» e che «semplicemente non ce la fa più».

 

Una decisione maturata ieri, dopo due ore e mezza di dibattito, dai vertici piemontesi di Rifare l’Italia, presente tutto lo stato maggiore della corrente: da Mario Sechi ai coordinatori regionali Carlo Chiama (Piemonte 1) e Andrea Pacella (Piemonte 2), raggiunti dal senatore Stefano Esposito, di rientro da Roma. Una proposta che è frutto, a sua volta, di una mediazione tra l’ala più oltranzista – propensa a chiedere l’azzeramento dei gruppi dirigenti del partito – e l’area maggiormente conciliante, convinta di poter proseguire con lo schema nazionale dei due Matteo, Renzi in versione segretario-premier e Orfini alla presidenza del partito con un ruolo di garanzia. Rifare l’Italia è pronta a superare una situazione che la vede al fianco della maggioranza renziana a Roma e all’opposizione a Torino, ma chiede un cambio di passo. “Renzi e i renziani non sono la stessa cosa, e quelli piemontesi, poi, sono una realtà ancora diversa”, è il leitmotiv del ragionamento comune, ma tanto vale provarci, magari riuscendo, parafrasando Moro, a spingere il partito verso equilibri più avanzati. Gariglio interpellato dallo Spiffero si riserva di rispondere “dopo aver letto con attenzione il documento”, ma non chiude affatto la porta. Anzi, auspica che il dialogo e la collaborazione portino a quell’assunzione di “responsabilità” unitaria necessaria a governare il Pd.

 

«Potremmo avere tutto l’interesse nel marcare con più nettezza differenze e distanza e nell’attendere che la crisi si compia del tutto, siamo invece pronti e disponibili ad affrontare la sfida della costruzione di una nuova e più adeguata guida politica per il Pd piemontese. Una sfida che dev’essere però vera, senza furbizie o scorciatoie: nessuno pensi che si possa trovare un comune percorso sulla base di ipotesi irricevibili di allargamento della maggioranza o di suo puntellamento». Questo è quanto si legge in una bozza di documento che sta circolando in queste ore tra i referenti piemontesi dell’area, nata nel 2010 come patto tra i trenta-quarantenni del partito e che in Piemonte fa capo a Esposito e Anna Rossomando. Ma se qualcuno pensa che questo sia un passo verso un’omologazione si sbaglia di grosso: non è vero né a livello nazionale, tantomeno lo può essere sul piano locale. Perché, nonostante i Giovani Turchi abbiano scelto di collaborare con l’attuale leadership, diventando addirittura “una costola del renzismo” (per gli antipatizzanti sono addirittura degli “ascari” in cerca di collocazione), in realtà essi continuano a muoversi come gruppo autonomo. Che oggi appoggia Renzi, ma è pronto a sganciarsi se e quando riterrà esaurita la sua spinta propulsiva. Così come hanno fatto con Pier Luigi Bersani, prima appoggiandolo e poi scaricandolo il giorno dopo le sue dimissioni.

 

La scintilla che ha fatto scatenare il Big Bang interno è la vicenda relativa ai pasticci nella raccolta delle firme alle ultime Regionali: «La commissione interna, nominata dalla Segreteria regionale, ha accertato in modo inequivocabile che le procedure di raccolta delle firme e di presentazione delle liste, sono state condotte con grave disorganizzazione e pressapochismo, trascurando di porre in atto le azioni politiche ed organizzative necessarie a raggiungere gli obiettivi previsti e non ponendo la necessaria cura ed attenzione nella verifica di correttezza e regolarità delle sottoscrizioni raccolte». Grave è stato il comportamento assunto dalla maggioranza del Pd: «Abbiamo assistito al colpevole tentativo di negare o ridimensionare la gravità di quanto accaduto, a linee difensive omissive, via via sempre più preoccupate di scaricare su altri ogni responsabilità, sino al paradosso della negazione di ogni ruolo o funzione nelle procedure di raccolta delle firme o dello scambio reciproco di accuse fra il segretario regionale e quello torinese che, sia per la funzione che essi sono chiamati a svolgere, sia per il fatto di essere espressione della medesima maggioranza congressuale, ha probabilmente rappresentato il punto di maggiore perdita di credibilità ed autorevolezza del partito democratico». Fino alla diffusione della mail del segretario organizzativo regionale Davide Fazzone, che certifica il coinvolgimento diretto del partito piemontese.

 

Non la tradizionale sortita dei Giovani Turchi, spesso via social, quanto piuttosto una reazione articolata con l'ambizione di mettere insieme il quadro nazionale con quello piemontese. L’assunto generale è che «non è più sufficiente, se mai lo è stato, il patto di coalizione fra le tante e diverse anime che trovarono unità congressuale in Renzi – si legge nel documento -. Non è più adeguata, se mai lo è stata, una segreteria solo formalmente unitaria, nella quale si condivide la partecipazione, ma non le scelte di gestione e le opzioni di guida del partito, alla quale non si affida l’assunzione delle decisioni ma si chiede di essere corresponsabile delle loro conseguenze». Una cosa è certa: «Non possiamo continuare a professare un’unità d’intenti che oggi non c’è, usando Sergio Chiamparino come una foglia di fico per evitare ogni discussione interna». Il riferimento è evidentemente a una recente presa di posizione della presidente dell’assemblea Giuliana Manica e dell’assessore Gianna Pentenero, entrambe della minoranza bersaniana, che su facebook invitano a «proporre azioni a sostegno dell’operato dell’attuale Giunta regionale invece che continuare a parlare della vicenda delle firme false».