CREPUSCOLO

Forza Italia, l’ultimo spenga la luce

Sfrattato dalla sede, inseguito dai creditori, abbandonato dagli elettori. Anche in Piemonte il partito di Berlusconi si prepara al disarmo, senza gloria. Rosso: “Che triste epilogo”. Le candidature per Torino e l'Opa ostile di Morano

“A gennaio torno in campo e rimetto mano al partito” ha assicurato Silvio Berlusconi ai suoi parlamentari. Qualcuno lo avvisi, nel caso decidesse di arrivare fino in Piemonte, che ci si trova (quei pochi) al bar: è inutile suonare qui non vi aprirà nessuno e il telefono è muto. Tra poche settimane, non ci sarà più neppure la sede regionale di Forza Italia di corso Vinzaglio a Torino, ormai meta pressoché abituale dell’ufficiale giudiziario. Cos’altro più dello sfratto può dare l’immagine di quello che ormai dal cerchio magico che fu, è diventato (per usare la definizione di Vittorio Feltri) il cerchio tragico berlusconiano? Bambole non c’è (più) una lira e pure a voti non si sta meglio: il quadretto prenatalizio, del partito che fu, evoca più le tristi pagine di Dickens anziché la favola raccontata col sorriso smagliante dell’ex sultano di Arcore.

 

L’altra immagine, speculare, è quella dello shopping lucidamente compulsivo di Denis Verdini. Mentre una delle vestali fedeli come Deborah Bergamini cerca di chiudere le porte dicendo che da questo marasma “ne usciremo più forti di prima”, l’ex macellaio di Fivizzano gira tra i banchi di Montecitorio e Palazzo Madama come fossero quelli di un supermercato dopo l’Epifania, paghi uno prendi due. Una transumanza che a dispetto delle previsioni (più ancora delle speranze) che giravano in casa azzurra solo pochi mesi addietro, si fa sempre più poderosa e veloce, non risparmiando alcun collegio elettorale. Se poi all’annuncio di pochi giorni fa dello stesso Verdini – “raddoppieremo la nostra presenza parlamentare nel giro di un mese e mezzo” – corrisponderanno i fatti, altro che dolori.

 

I primi a fare il passo, qualcuno dice addirittura già oggi, sarebbero coloro che già ne avevano mossi un paio mesi addietro per mollare il Cav sull’uscio di Villa San Martino dopo un’amara quanto inutile colazione: Sandro Bondi e Manuela Repetti, lascerebbero il limbo del gruppo misto per colui che un tempo lontano preparava i pezzi per il bollito misto. Ma non sono i soli. In rapido avvicinamento pure la cuneese (eletta in Lombardia) Laura Ravetto e non più così salda neppure la posizione dell’europarlamentare Lara Comi che consegnerebbe il compito di tenere alta la bandiera di Silvio a Bruxelles a uno degli ultimi giapponesi: Alberto Cirio. Ruolo questo che al Senato, per il Piemonte, vede senza dubbio schierati Lucio Malan e lady Botulino, al secolo Maria Rizzotti. Altri, non pochi, stanno meditando, qualcuno ha già deciso. Qualcun altro, come Daniele Capezzone, da tempo sta con Raffaele Fitto.

 

L‘avere paracadutato in massa foresti nei territori a loro sconosciuti, alle ultime elezioni, risulta un freno in meno al cambio di casacca. Ma è anche un ulteriore motivo di debolezza per un partito che in Piemonte, il prossimo anno, deve cercare almeno di mettere insieme la squadra, se non proprio giocare una partita – persa in partenza – per il Comune capoluogo. Il pur volenteroso coordinatore regionale Gilberto Pichetto già in ripresa dopo gli acciacchi di un malanno, non riesce tuttavia a lasciare il letto di procuste in cui la fedeltà a Silvio ha finito per costringerlo, impedendogli di battere quel colpo che invano è stato sollecitato da più parti a fare. Facendo leva (e un tantino pena) sulle sue condizioni salute è riuscito a scucire qualche euro a parlamentari e consiglieri regionali per far fronte alle spese più urgenti, ma il partito è sul baratro. E non solo per questione di soldi.

 

“Il risultato sarà inevitabile: a Torino il ballottaggio sarà tra Piero Fassino e Chiara Appendino” preconizza chi quel sussulto nel centrodestra lo ha invocato a gran voce: Roberto Rosso, il berlusconiano della prima ora, celebra adesso l’ultima di Forza Italia. “Era un partito che quando è nato aveva un leader capace di attrarre ovunque, dagli ex democristiani ai socialisti e pure qualche comunista pentito. E adesso? Adesso invece di attirare fa scappare tutti, trattenendo solo chi continua a dare ragione a Berlusconi qualunque cosa dica o faccia. Credo che anche Pichetto, ottima e seria persona, abbia finito con l’indulgere a questo comportamento”. L’unica soluzione possibile per evitare il baratro elettorale, per l’ex sottosegretario che in passato sfiorò l’elezione a sindaco di Torino, sarebbe stato “uno scossone, un richiamo forte alla partecipazione dell’elettorato moderato che non sarebbe potuto avvenire se non con le primarie. Io avrei anche potuto perderle, ma non sarebbe stato quello il punto. La chiamata degli elettori ad esprimersi avrebbe aperto un dibattito, acceso gli animi, infuso entusiasmo, invece…”.  Invece “nemmeno lo straccio di un sondaggio, di qualche cosa da offrire a chi finirà per sentirsi abbandonato e non andrà a votare o voterà altri”.

 

La stessa scelta del candidato da opporre a Pd e M5s è impantanata in logiche corrive e ostaggio di piccoli interessi di bottega. Dal piazzista miracolato da Marcello Dell’Utri (il ciclista Enzo Ghigo) che evoca un Eldorado azzurro mai esistito se non nelle tresche con l’avversario, all’ultimo giannizzero (Andrea Tronzano) il cui unico scopo è quello di assicurarsi per altri 5 anni la piccola greppia della Sala Rossa: è il triste crepuscolo di una parte (più che di un partito) da sempre soggiogato dall’establishment dominante, vuoi per sudditanza culturale, vuoi per soggezione politica.

 

E così la “disponibilità” ad immolarsi per la causa (ovvero la sopravvivenza di un brandello di centrodestra) manifestata da qualche esponente della borghesia cittadina è vissuta dai valvassini come un’intrusione, una specie di “violazione di domicilio”. Il caso del notaio Alberto Morano è, da questo punto di vista, emblematico. La sua “discesa in campo” viene liquidata come un’Opa ostile sulla coalizione, fino a dipingerlo come un ricco Epulone, un po’ tocco che si mette a scialacquare il proprio patrimonio elargendo mance generose ai capataz dei partiti. Ridicolo. Per i saloini azzurri vale la regola del “meno siamo meglio stiamo”. Solo che qui non si va certo a cercar la bella morte.

 

Non c’è pathos, nemmeno di fronte al disfacimento del Ventennio sotto la Mole è rintracciabile un refolo di tragedia. Per dirla come Dagospia, da Forza Italia a Farsa Italia. Berlusconi annuncia che a gennaio metterà mano al partito. Da Torino qualcuno gli faccia sapere dov’è, il partito. Non solo l’eventuale nuovo recapito.