PROSPETTIVE DEM

Oltre Renzi nel nome di Chiamparino

“E' il momento di superare le vecchie appartenenze e ricompattare il Pd”, parola di Catizone, sindaco di Nichelino e candidato in pectore alle primarie regionali. “Servono idee nuove. Il partito torni a fare politica e si prepari al dopo Cota” - di Oscar SERRA

E ora bisogna sparigliare anche in Piemonte. Archiviate le primarie dell’Immacolata che hanno incoronato Matteo Renzi, il nuovo orizzonte sono le consultazioni interne per i segretari regionali. Ancora non c’è la data: si parla del 9 febbraio, al più tardi il 16. Di certo nel Giglio magico c’è tutto l’interesse a chiudere speditamente la pratica congressuale per poi gettarsi a capofitto nella gestione delle elezioni Europee e amministrative, due banchi di prova fondamentali per testare l’effetto Renzi.

 

Tra i candidati in pectore per il vertice di via Masserano c’è anche Pino Catizone, sindaco di Nichelino uscente, rottamatore della primissima ora, premiato dal primo cittadino di Firenze con l'ingresso nella Direzione nazionale del Pd. Nelle settimane scorse è stato tra i promotori, assieme al senatore cuperliano Stefano Esposito, dell’appello bipartisan a favore di Sergio Chiamparino in vista delle sempre più probabili elezioni regionali anticipate. «Bisogna superare i binari tradizionali delle appartenenze per scegliere il meglio che la nostra classe politica possa offrire». E per Catizone il meglio è l’ex sindaco di Torino, un renziano ante litteram, che in passato seppe anticipare l’Ulivo, coagulando attorno a Valentino Castellani un fronte eterogeneo e vincente che portò il professore del Politecnico al piano nobile di Palazzo Civico. Sostenitore senza se e senza ma del Partito democratico di cui fu sempre esponente eterodosso e critico, soprattutto nei suoi ultimi anni a Palazzo di Città, momentaneamente si ritrova parcheggiato alla Compagnia di San Paolo in trepidante attesa. «Dopo l’endorsement di Piero Fassino mi pare non ci siano più problemi – spiega Catizone –. Il candidato è lui». E persino dal Palazzo di Giustizia, dove l'ex sindaco è indagato per abuso d'ufficio nella vicenda dei Murazzi, lasciano trapelare che sarebbe vicina l'archiviazione. Quindi, nulla osta.

 

Una candidatura che tiene insieme renziani e cuperliani, ala sinistra e destra dello stesso partito, in quel solco nel quale vorrebbe inserirsi anche Catizone in vista del congresso regionale: «Io sono disponibile a metterci la faccia, ma non è un problema di nomi. Abbiamo bisogno di un candidato che sappia coagulare attorno a sé un ampio consenso, in grado di superare le divisioni provocate dall’ultima campagna congressuale». Tutti gli steccati sono stati abbattuti dallo tsunami dell’Immacolata, «ora serve che il Pd piemontese torni a fare politica, dettando la linea ai propri amministratori, perché non si può sempre attendere che le cose capitino da sole». Il riferimento alla Regione e alla posizione attendista assunta dall'attuale segretario Gianfranco Morgando è ancora una volta chiaro e non è un caso che Catizone fosse tra quelli che più avevano spinto per ottenere le dimissioni di massa dei consiglieri democratici di Palazzo Lascaris. «Quando è stata l’ultima volta che il Pd in Piemonte ha condotto una battaglia politica e l’ha portata a casa?», e ancora: «Torino è una città in cui comandano le stesse venti persone dal secolo scorso. Non voglio parlare di rottamazione, ma penso sia chiara a tutti la necessità di smantellare certi equilibri, di riportare un po’ di dinamismo in una città e una regione che erano la locomotiva d’Italia e ora sono l’ultimo vagone che si fa trainare».

 

Attorno a Catizone potrebbe saldarsi un asse che va da Gianni Cuperlo a Pippo Civati, con un pezzo significativo di renziani. Dall’altra parte resta in campo la candidatura del consigliere regionale Davide Gariglio, che potrà contare sull’asse privilegiato con il sindaco Piero Fassino (anche se, in privato la sua eminenza grigiastra, Giancarlo Quagliotti, esprime forti riserve sull'ex presidente di Palazzo Lascaris). Con l’incognita rappresentata da Enrico Borghi, deputato verbanese vicinissimo a Enrico Letta, che potrebbe ottenere l’investitura solo in virtù di un accordo nazionale tra segretario e premier. 

 

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